DISPOSOFOBIA – L’ATS di Milano Offre Sostegno Per Affrontarla – di Giovanni Armando Costa

In questo articolo viene riportato il testo di Giovanni Armando Costa, Tecnico della Prevenzione del Servizio di Igiene Pubblica dell’ATS di Milano (ex A.S.L.) che ci ha scritto per parlarci della disposofobia: una patologia che costringe i soggetti che ne soffrono a tenere in casa ogni sorta di oggetti, senza possibilità di buttare via niente poiché nella loro mente ”tutto potrebbe servire”. Per alcune persone conservare questi oggetti diventa un’attività quotidiana, un ossessione, ritrovandosi cosi ad accaparrare in giro libri, giornali, riviste, volantini pubblicitari e accatastandoli nei propri spazi abitativi fino a renderli impraticabili.

Facebook: @ATSMilanoCittaMetropolitana
Sito Internet: www.ats-milano.it

La patologia, inoltre, può portare a trattenere in casa alimenti scaduti o deteriorati, residui di cibo ed imballaggi di ogni tipo, accatastandoli su arredi e pavimenti fino a ricoprirli di spessi strati rendendo difficoltoso muoversi e camminare, oltre che impossibile pulire le superfici. Il disordine in queste abitazioni può raggiungere livelli esagerati. Vestiti, scarpe e materiale di ogni tipo vengono accumulati in scatole o sacchetti di plastica o semplicemente abbandonati dappertutto fino a riempire completamente i locali e rendere difficile anche solo aprire la porta d’ingresso, entrare o uscire di casa.

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Nei casi più gravi gli ”accumulatori” rovistano negli immondezzai, tra la spazzatura, alla ricerca di oggetti che considerano validi e li trasportano in casa già contaminati da parassiti. Gli inconvenienti di questo comportamento si manifestano attraverso infestazioni di scarafaggi e odori molesti, guasti all’impianto idrico o fognario, principi di incendi o cedimenti strutturali, e questi sono i casi che fanno solitamente emergere le segnalazioni sotto forma di esposti indirizzati all’ Agenzia di Tutela della Salute (ex A.S.L.) della Città Metropolitana di Milano. Le segnalazioni arrivano da privati cittadini che avvertono queste problematiche igienico sanitarie come potenzialmente pericolose per la propria salute o dagli amministratori degli stabili che si fanno portavoce dei condomini, ma anche dai gestori degli alloggi popolari, dalle forze dell’ordine, da enti o associazioni che, a vario titolo, scelgono di intervenire. L’ ATS di Milano allo scopo di supportare queste richieste, si è dotata di una linea telefonica 02-85787670 ed una informatica infoaccumulatori@ats-milano.it

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Giovanni Armando Costa

”Ho iniziato per caso ad occuparmi di disposofobia nella città metropolitana. Un viaggio inaspettato e non programmato. Per un lungo decennio ho camminato all’interno di centinaia di condomìni, bussando alle porte dei miei concittadini, attraversando quartieri residenziali e case popolari, arrampicandomi su scale e ascensori, percorrendo androni e portinerie e varcando la soglia di migliaia di appartamenti. Ho trattato ed approfondito l’argomento sul campo accertando esposti e ricevendo segnalazioni, ispezionando abitazioni e raccogliendo informazioni da cittadini ed enti. Ho parlato con uomini ansiosi e depressi che soffrono di una patologia psichiatrica che li costringe a trattenere in casa ogni sorta di oggetti, senza possibilità di buttare via niente, perché tutto serve. Gente sepolta viva, nel buio delle proprie case. Case che non ricevono più i raggi del sole perché ostacolati da tapparelle che non vengono mai sollevate, occupate da individui costretti a respirare l’aria fetida ed appestata di ambienti in cui non esiste un ricambio d’aria. Alloggi sacrificati ai tanti oggetti ma svuotati di emozioni, sorrisi e gioia di vivere.

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Uomini e donne soli, distrutti, marchiati in maniera indelebile dalla vita. Rassegnati ad un destino che avevano immaginato diverso. Sopravvissuti a violenze, lutti, separazioni e abbandoni. Rimasti soli per drammi familiari e perché parenti ed amici sono stati allontanati. Tutto mentre la città vive senza conoscere questo problema, ignorando che c’è gente che si ritira dalla vita sociale e si rinchiude in casa, vivendo in un incubo. Il mio stupore iniziale si è trasformato in desiderio di comprenderne le motivazioni. Ho imparato a vedere, e mi sono accorto che dietro questa patologia, spesso, vi sono esseri umani straordinari. A volte dotati di una intelligenza non comune e con alti profili professionali ma con un sapere azzerato da un incantesimo che li costringe a non amarsi, a ripetere quotidianamente riti di accumulo, a vivere in appartamenti senza luce, a pensare di non avere bisogno di nessuno.

Come ad esempio il caso di Sergio, ingegnere in pensione, senza moglie ne figli, con un solido reddito, che vive nel suo appartamento magazzino da quando è morta la mamma, unica donna che lo amava e di cui si prendeva cura. Casa disastro quella di Anna, professoressa in pensione dopo anni passati ad insegnare nei licei; un cuore grande, al servizio degli studenti, naufragato nello stesso momento in cui l’unico figlio ha perso la vita per un malore in piscina durante l’attività sportiva. Come Rosa e Maria, entrambe separate e divorziate e prima bastonate dai mariti e poi abbandonate dai figli che in casa non avevano più nemmeno un letto per dormire perché tutto era invaso da oggetti che impedivano la normale vita quotidiana. A loro e alle centinaia di persone affaticate dalla vita, che hanno come unica compagna la solitudine, dedico tante delle mie ore di lavoro ed anche parte del tempo libero.

Tutto con amore. Sempre con amore. Un amore per il prossimo, per i più deboli, per gli invisibili che abitano il capoluogo lombardo. Un amore per il lavoro che diventa partecipazione, trasporto, passione. Un amore forse non troppo moderno ma che riesce a trovare orecchie per ascoltare il disagio. Un viaggio. Un percorso impegnativo ma necessario per poter dire a sera ci ho provato, anche oggi ciò che ho guadagnato l’ho meritato.”

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