LA VITA DOPO IL CORONAVIRUS – SCUOLA, SALUTE E LAVORO

SCUOLA

di Gianna Fregonara e Orsola Riva

Che scuola sarà quella che ricomincerà a settembre? Difficile dirlo ora, perché l’emergenza sanitaria ha reso il diritto all’istruzione una variabile dipendente. Ma alcuni scenari si stanno già disegnando. Non è ancora chiaro quali saranno le condizioni minime di sicurezza. E’ possibile che ci si trovi costretti a una didattica mista, un po’ in presenza, un po’ da casa, come si è già fatto in questi mesi. Ma resta il problema dei più piccoli, quelli di prima e seconda: impossibile pensare che riescano a rispettare le norme di sicurezza per tutte quelle ore. E d’altra parte per loro non è immaginabile nessuna forma di didattica a distanza se non in compresenza con i genitori.

Lo sforzo di questi mesi sarà servito se la scuola riuscirà a immaginare soluzioni diverse e flessibili per gestire la sua missione in modo più moderno e adatto ai tempi. il coronavirus è un problema comune da cui si può uscire solo con soluzioni condivise.

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separatore-struttureSALUTE

articolo di Luigi Ripamonti, intervista a Walter Ricciardi, professore di Igiene all’Università Cattolica di Roma.

Sebbene la pandemia di Covid sia ancora in corso, volendo dare unosguardo al futuro prossimo che cosa possiamo aspettarci che cambi nella gestione della salute? «Fino a che non avremo un vaccino o una cura risolutiva dovremo rispettare le attuali regole di distanziamento e di protezione nell’accesso alle strutture sanitarie. Il sistema non potrà continuare a girare solo sull’ospedale come perno principale. Ne saranno necessari altri due: uno costituito da una medicina territoriale organizzata, fatta di distretti, ambulatori, assistenza domiciliare, residenze sociosanitarie, e un altro rappresentato da tutto quello che potrà essere fatto a casa»

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Sarà possibile realizzare una struttura di questo genere in modo omogeneo in tutto il Paese?
«No se continueremo ad avere, di fatto, 21 realtà regionali diverse come ora. La pandemia ha messo chiaramente in evidenza che in questo modo la risposta è troppo differenziata per essere efficace».

A livello mondiale quanto cambierà, se cambierà, il coordinamento contro la pandemia? «Se dopo questa emergenza ci sarà una volontà politica forte ci saranno dei cambiamenti. A livello europeo c’è da chiedersi, per esempio, se ha senso l’attuale organizzazione, senza un vero ministro della salute europeo che coordini le politiche sanitarie comunitarie. A livello mondiale bisognerebbe invece attribuire all’Oms non solo potere normativo ma anche operativo, specie per aiutare gli Stati più in ritardo».

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LAVORO

articolo di Corinna De Cesare

Il mondo del lavoro  è già cambiato ed è stato il primo cambiamento, forte, immediato, allo scoppio dell’emergenza sanitaria. Gli uffici si sono svuotati e si sono trasferiti nelle nostre case, in un angolo del salone, della cucina, del terrazzo o della camera da letto. Facendo schizzare in alto l’asticella dello smartworking, strumento usato fino a poco tempo fa da una modestissima fetta di imprese. Chi è rimasto in azienda, quelle rimaste aperte durante il lockdown, si è munito di mascherine e guanti, non ha usato l’ascensore, si è allontanato dai colleghi. Come spiega Silvia Candiani, amministratore delegato di Microsoft, “niente sarà come prima”. «In ambito sanitario, ad esempio, con le chat comuni, i dottori si stanno coordinando tra loro per evitare contatti ravvicinati e hanno la possibilità di eseguire appuntamenti e visite con pazienti che non richiedono indagini di persona. La telemedicina cambierà il modo di erogare le prestazione sanitarie. Gli psicologi hanno cominciato a fare sedute di psicoterapia collegati in videocall»
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E così cominciano a proliferare aziende e startup che vendono sensori indossabili, ingegnerizzati e capaci di avvertire se si è troppo vicini a qualcuno e quindi, più a rischio. Utilizzabili ad esempio nelle catene di montaggio o nei magazzini dove vengono smistati i prodotti comprati online. “Con il virus dovremo conviverci, questo è evidente – aggiunge Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad, agenzia per il lavoro – e il lavoro è già cambiato. Le faccio un esempio: in questi giorni avevo bisogno dell’elettricista, il mio non era disponibile e ha mandato un suo ragazzo. Era più giovane, con meno esperienza, ma aveva uno smartphone e con un’app di realtà aumentata è riuscito a fare delle cose che da solo non sarebbe stato in grado di fare”. Non è escluso che in futuro queste app potremmo usarle anche noi, coadiuvati da remoto dall’elettricista senior.

Di certo, in questa fase di passaggio, abbiamo dato un’accelerazione alla digitalizzazione che fa anche bene all’ambiente e questa mi sembra già una buona notizia. Sicuramente saremo più fluidi, multicanale, multi strumento, tutte cose che le nuove generazioni si portano dietro nel dna. Tutti gli altri saranno costretti a cambiare mentalità, anche con l’aiuto di digital evangelist. Perché non è tanto fare riunioni su Zoom o su Teams da remoto, come sta succedendo in questi giorni, ma di non farle durare un’ora e mezza come prima, imparando a essere più agili, flessibili. Alcuni settori dovranno reinventarsi, dall’albergatore alla piccola attività commerciale che dovrà imparare a fare le consegne a casa, ad esempio. Di sicuro c’è fermento digitale e per la prima volta non ha come prima finalità il guadagno e questo potrebbe sicuramente portare a un’accelerazione dei processi innovativi”.

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