I LATI NASCOSTI DEL SOGNO AUSTRALIANO – Storia di un’Italiana a Sydney

Io e il mio compagno ci siamo trasferiti in Australia nel 2014. Riuscimmo ad applicare giusto in tempo per un visto di vacanze-lavoro qualche mese prima che io compissi i 31 anni. Il limite di età massimo per questo visto è infatti 30 anni. ll visto di vacanze-lavoro australiano dà la possibilità di lavorare a tempo pieno per un anno nel paese, per diverse compagnie e mentre si viaggia.

Al tempo stavamo vivendo e lavorando in Olanda, con stipendi mensili di circa €1500 a testa e con un affitto che ci costava quanto uno dei due stipendi, riducendoci senza denaro già dopo le prime due settimane dalla data della paga. La nostra scelta era basata sulla convinzione che in Australia avremmo trovato opportunità di lavoro, stipendi e condizioni di vita migliori. Fu così che io e il mio compagno ci trasferimmo a Sydney per lavorare i primi tre mesi del visto, poi spendemmo altri quattro mesi viaggiando in Tasmania e lavorando saltuariamente per varie aziende agricole, raccogliendo frutta. Stanchi e distrutti dalle condizioni di lavoro un po’ disumane e le paghe misere, ritornammo a lavorare a Sydney, scegliendo un ultimo lavoro di ufficio per gli ultimi mesi di validità del visto.

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Le nostre aspettative su alcune cose erano cambiate ma le aspettative sulle possibilità di lavoro si erano rivelate reali, cosi pensammo che restare a Sydney sarebbe stata la mossa giusta. Non avevamo molta scelta per restare, ed un visto di studio sarebbe stata la soluzione migliore ma, uno di noi, avrebbe dovuto studiare per permettere ad entrambi di restare nel paese. Alla fine decisi di sacrificarmi io, scegliendo uno dei corsi ”più economici” (15000 dollari australiani) che ci garantisse la permanenza piu lunga nel paese: personal training. Il corso poteva essere pagato a rate ed aveva una durata di 18 mesi. Applicai per il visto dal sito online del governo, aggiungendo il mio compagno come partner de-facto nell’applicazione. Il giorno dell’applicazione il governo ci rilasciò un ‘’bridging visa’’, un visto temporaneo che dà accesso a tutti i benefici del visto scaduto finchè il nuovo viene accettato o rifiutato. Prima di avere il nostro nuovo visto di studio approvato, il governo ci scrisse numerose volte chiedendoci documentazione di varia natura per verificare che eravamo effettivamente una coppia di lunga data. Fu cosi che ci ritrovammo a mandare: copia del contratto di affitto dell’ultima casa in Olanda, copia di vecchie bollette europee con i nostri nomi, copie di nostre foto personali di viaggio. Sembrava un incubo: le prove non bastavano mai.

Dopo tre mesi, il visto di studio ci venne approvato e da allora fummo legati alle nuove condizioni: ci venivano concesse massimo 20 ore di lavoro a settimana. A dirla tutta, con 20 ore di lavoro a settimana in Australia non ce la farebbe nessuno a vivere e pagarsi gli studi, ed io, non essendo tra quelle persone fortunate a cui i familiari mandavano i soldi dell’affitto, nei due anni seguenti finii per impegnarmi in tre lavori e lavorare sette giorni su sette. E vi garantisco che le mie giornate finivano senza nessuno dei sorrisi qui sotto:

visto-lavoro.jpgInutile dire che, dopo aver lavorato per 10 anni in Italia and Europa, per banche e multinazionali, ritrovarmi a pulire i bagni per pagarmi gli studi, è stato umiliante e psicologicamente catastrofico. Non tanto per il fatto di dove fare le pulizie ma quanto per il fatto che in questi anni iniziai a vedere i lati nascosti della cultura Australiana.

Uno dei tre lavori che facevo era la bigliettaia: vendevo biglietti per i treni e i bus in diversi piccoli chioschi collocati in centro città. Qui fui vittima di una specie di discriminazione subdola, da parte di alcuni clienti: anziane signore britanniche ed australiani di mezza età che cercavano in tutti i modi di mettermi in difficoltà correggendo continuamente, e rudemente, il mio accento inglese. Oltretutto continuavano a chiedermi quando me ne sarei tornata nel mio paese. Ogni giorno cambiavano i volti ma le parole erano le stesse. Fu questo, più di ogni altra cosa, a buttarmi nello sconforto più totale. Allo sconforto, però si accompagnava anche una sensazione di rabbia, volevo fargliela pagare a tutti. Pensavo, con tanto di accento campano: ‘’io resterò in questo paese a tutti i costi e vi farò schiattare’’…

The-Godfather-III-Al-Pacino-.jpgNel frattempo, il mio compagno inglese, lavorara le sue regolari 20 ore a settimana, non avendo il problema di pagarsi gli studi e non essendo vittima di ”razzimo”, perchè essendo appunto inglese, godeva di un diverso tipo di trattamento. Cosi osservai la situazione a lungo e pensai e ripensai ed un giorno, quasi in preda all’illuminazione, gli dissi: ‘’Senti, ma perchè non chiedi alla tua compagnia se ti prendono a tempo pieno e ti sponsorizzano? Siamo quasi alla fine del mio visto di studio, vorrei evitare di pulire cessi per sempre’’.

Il mio compagno mi guardò un po’ dubitante, annuendo. L’idea gli piaceva ma non capiva perchè secondo me potessero dire sì proprio a lui. Insistetti, contro la sua resistenza ed indecisione, e alla fine cedette: chiese alla sua compagnia se c’era possibilità di essere sponsorizzato e … gli dissero di sì! Lui era sorpreso e contento ma io no perchè avevo già capito come giravano le cose. Quanto fosse ampia la differenza tra me ed un inglese. Dopo un anno di visto vacanze-lavoro (costo del visto $440), due anni con un visto di studio (costo del visto $575), ci ritrovammo con uno sponsor valido fino al 2020 (costo del visto $4000).

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Ed eccoci qui ad oggi. Il mio compagno lavora ancora per la stessa compagnia, che sta fallendo, e io continuo a cambiare lavoro perchè non riesco più a confrontarmi con l’ignoranza e la vuotezza culturale ed emotiva della gente. Sono passati cinque anni e non siamo nemmeno riusciti a crearci una stabilità economica perchè se è vero che gli stipendi sono maggiorati, anche le spese per i visti stessi, l’affitto, l’assicurazione medica obbligatoria, le bollette, cibo e divertimenti basici sono un bel problema.

I lati nascosti del sogno australiano per me? Prima di partire non immaginavo la discriminazione culturale e sociale, sottile ma esasperata,  non immaginavo dei problemi derivanti dal sole: eh si, il sole è molto pericoloso da queste parti, ci sono cliniche di cancro per la pelle ovunque. Non immaginavo di vedere cosi tante persone depresse e di finire tra queste. Chiamatemi ingrata ma non c’è colore in questi spazi, e non c’è colore nelle coscienze di molte persone che ho incontrato. Per l’illusione di guadagnare un pò di più, che cosa mi sta succedendo ora, mi chiedo? Ho rinunciato alla mia terra, al mio cibo, alle storie, ai sorrisi e alle tradizioni della mia gente. Ho rinunciato a stare vicino alla mia famiglia, a vedere i miei cari invecchiare e lasciare questo mondo.

E tutto questo in cambio di cosa? Nessuna stabilità economica nè psicologica, se non quasi il dovere di doverti sentire un immigrato fortunato quando ti assumono in un nuovo lavoro, che oltretutto sai già fare e anche meglio di loro.

Sono cresciuta molto, non c’è dubbio, ma forse la verità è che a volte crescere non ci porta da nessuna parte se non in un luogo buio dove l’innocenza resta incatenata alla ragione.

Ma queste sono banali conseguenze delle scelte che alcuni di noi fanno, per uno di quei sogni che ci vendono come ”migliori”. E io ho un invito per i giovani, i tanto più giovani di me: scegliete i vostri sogni con cautela perchè molto spesso non sono i vostri, vi vengono inculcati, venduti alle vostre menti, per farvi allontanare dalla vostra essenza e dall’amore.

Manuela

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